La nostra storia

Dal 1655 ad oggi

Il seicento vide sorgere a Napoli numerosi monasteri “riformati”. Questi nacquero in linea con un bisogno di austerità e consolidamento di un’identità religiosa, volta ad esprimersi appieno nella preghiera e nella contemplazione, pratiche, capaci di conferire agli osservanti, una spiccata forza di aggregazione.
Ai monasteri si affiancarono altri istituti che risposero alle gravi situazioni di disagio sociale presenti in città.
Conservatori, ritiri, educandati, ospizi, ospedali costituirono una pluralità di iniziative tese ad arginare le condizioni di una povertà dilagante, soprattutto, in seguito alla crisi economica e politica imperante.
All’instabilità dei governi vicereali, infatti, si aggiunsero l’eruzione del Vesuvio nel 1631, la rivolta popolare capeggiata da Masaniello nel 1647 e la peste nel 1656.
Gli istituti di carità accoglievano orfane, malate, prostitute, donne ai margini da proteggere e recuperare alla società, ma anche figlie da educare, appartenenti a corporazioni di arti e mestieri, oppure, ragazze del ceto medio che, pur volendo, non potevano essere accolte nei monasteri a causa della dote inadeguata.
Questi istituti di assistenza svolgevano una molteplicità di funzioni.
Cercavano di arginare il fenomeno della mendicità andando incontro ad orfane, a vedove, oppure a ragazze provenienti da famiglie povere o cadute in disgrazia, o a donne in disaccordo con i congiunti che non avevano il sostegno della famiglia.
Essi avevano anche la finalità di raccogliere le vagabonde per poter controllare la mobilità femminile.
Anche i Conservatori erano destinati a proteggere le ragazze in pericolo, normalmente le figlie di prostitute o di malfattrici. Alcune fondazioni erano rivolte a donne escluse dai monasteri, per mancanza totale di dote o, per come già detto, per dote insufficiente.
L’esigenza che esprimono queste opere di carità è certamente quella di un controllo sulla città per contrastare disordini, piaghe sociali e malattie. Non va trascurato, tuttavia, il ruolo assistenziale che queste strutture svolgono in senso più ampio: dal sostentamento, l’educazione attraverso l’insegnamento delle cosiddette arti donnesche, ossia – cucito e ricamo – al recupero delle donne attraverso un’opera capillare di rieducazione e formazione.
E’ in questo contesto storico e sociale che la Duchessa Elena Aldobrandini, moglie di Antonio Carafa principe di Stigliano e duca di Mondragone, fonda, nel 1655, il “Ritiro per Matrone Vergini e Oblate”.
Lo colloca in alcune sue proprietà “alle Mortelle” ai confini con i terreni di Palazzo Stigliano, oggi Palazzo Cellammare, residenza della nobildonna e del principe Carafa.
Il toponimo della zona derivava, secondo le notizie giunteci dalle guide, dal nome delle piante di mirti, appunto “mortelle”, che crescevano in gran quantità nella zona.
L’altura non fu edificata finché non fu costruito il primo palazzo vicereale, per volontà di don Pedro da Toledo, a cui seguì, l’urbanizzazione di questi territori.
Altre fonti documentarie fanno risalire il nome ad una famiglia che abitava in quella zona: “Troyanis de Mortela” o “Mortella”.
Alla pia istituzione, la duchessa assicurò, la piena autonomia economica, sia attraverso rendite, i cosiddetti “arrendamenti”, sia attraverso lasciti di mobili, argenteria e suppellettili; non mancarono, inoltre, donazioni da parte di privati, come Donna Caterina Daldano, Girolama Mericelli, che chiese di essere sepolta nel ritiro, Donna Isabella del Salso, che donò i suoi argenti per arredare l’altare maggiore della contigua chiesa e Beatrice Spinelli, vedova di don Carlo Carafa, duca di Noja.
L’intervento dei nobili a favore del Ritiro portò addirittura alla franchigia su alcune gabelle, come quelle del vino e della farina, grazie all’intercessione di Donna Lucrezia di Guevara.
Prima della realizzazione dell’annessa chiesa di S. Maria delle Grazie, iniziata nel 1715 e terminata intorno alla metà del secolo, le religiose ascoltavano la messa in una piccola cappella destinata a divenire la sacrestia del futuro tempio dedicato alla Vergine.
Tuttavia le oblate usarono per il culto anche un altarolo in stucco posto all’interno dell’edificio. Di discreta fattura settecentesca, esso, è sormontato da un bassorilievo marmoreo incorniciato da volute alterali e coronamento in stucco.
La scultura rappresenta una Madonna con bambino.
Nel corso dei decenni la fortuna del Collegio tenderà gradatamente a scemare. Lo Stato, infatti, resosi conto dell’alto guadagno raggiunto dai tributi e dal proliferare degli arredamenti decise di ricomprarlo, costringendo il Ritiro alla restituzione dei beni e lasciandolo in possesso delle sole rendite immobiliari.
Il 12 gennaio del 1808, Giuseppe Bonaparte, decreta la chiusura di dodici monasteri napoletani, i più ricchi, incamerandone i beni. Si avvia così un lungo e doloroso periodo di leggi di soppressione.
Molti monasteri subirono trasformazioni, diventando opifici, ospedali, caserme e si mutò la loro struttura sociale, non sempre, mantenendo inalterata, la struttura architettonica ed urbanistica.
I monasteri, dunque, attraversarono una profonda crisi di identità, travolti dai processi di laicizzazione avviati dal governo francese. Scoppiò una vera e propria crisi che si protrarrà per tutto il secolo con punte di inasprimento, a conferma e riflesso, del conflitto tra Stato e Chiesa.
Dopo l’Unità d’Italia, nel 1870, la Monarchia Sabauda, con Regio Decreto, provvide a riconoscere il Ritiro come Ente Morale.
Il Real Istituto di Mondragone, questa la sua nuova denominazione, passò alle dipendenze del Ministero per la Pubblica Istruzione, che oltre a modificarne lo Statuto, corresse anche la dicitura di “vergini e matrone” in “orfane e vedove di civile condizione”. Da questo momento rivestì principalmente la funzione di educazione e formazione, mutando fisionomia e, passando, da ritiro di tipo “conventuale”, a collegio femminile per le orfane e le “figlie del popolo”.
Nel 1915 divenne un convitto per le orfane con scuola elementare e giardino d’infanzia. Erano gli anni della guerra e, chiuso il convitto, fu istituita una scuola popolare operaia, che dopo due anni, ospitò i profughi del Friuli e destinò una parte dell’edificio ad asilo, per accogliere i figli dei soldati chiamati a combattere al fronte.
Nel 1924, per iniziativa della signora Adele Croce, l’Istituto si fuse con il “Convento femminile di lavoro”, le cui attività, si svolgevano nei locali del Carminiello ad opera di quaranta alunne operaie, varie maestranze e personale tecnico-amministrativo.
Intanto, per far fronte alla passività di bilancio, fu necessario il sodalizio, stipulato l’anno seguente, con l’Opera Pia Baldacchini – Gargano, che diede vita ad un Consorzio. Inoltre, il Banco di Napoli, erogò un mutuo di 300.000 lire mentre le autorità comunali e prefettizie, si impegnarono ad accordare un sussidio all’Istituto in cambio della sistemazione, al secondo piano dell’edificio, di una scuola elementare.
Interrotte le attività durante il secondo conflitto mondiale, l’Ente, ha ripreso successivamente la sua opera di educazione delle nuove generazioni, promuovendo, l’esercizio di forme artistiche legate al tessuto e al ricamo.