La nostra chiesa

La Chiesa di S. Maria delle Grazie a Mondragone

La Chiesa di S. Maria delle Grazie a Mondragone, fu voluta, sin dal 1655, a servizio dell’annesso Ritiro per gentildonne vedove e, poi anche per educande, fondato dalla Duchessa Elena Aldobrandini (1589 – 1663). Ma come altri edifici civili e religiosi della città, danneggiati dai rovinosi terremoti del 1688 e del 1732, agli inizi del XVII secolo, fu sottoposta a significativi interventi di consolidamento. Gli stessi ne favorirono l’ampliamento e l’ammodernamento, trasformazione conseguita secondo due diverse direttive. Furono, infatti, appagate, sia, le nuove esigenze della comunità al femminile, voluta dalla duchessa, retta da regole analoghe a quelle religiose, sia, le norme concernenti il gusto architettonico del tempo. Le contemporanee vedute di Napoli documentano una febbrile attività architettonica ed urbanistica, registrando i molti cambiamenti, conferiti, al “poggio delle Mortelle”, con la sistemazione delle strade e le modifiche delle varie case religiose ivi presenti, quali: S. Maria Apparente, Santa Maria delle Grazie a Mondragone, San Carlo alle Mortelle, il collegio degli Scolopi, Santa Caterina da Siena. Per molto tempo, sulla scorta di un’informazione inesatta, data dal canonico Carlo Celano nel 1692, si è creduto che la nuova chiesa del Ritiro Mondragone fosse opera di Giovanni Battista Nauclerio (1666-1739), il quale, subentrò alla guida del cantiere solo in un secondo momento. Il progetto della Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Mondragone, infatti, è di Arcangelo Guglielmelli (1648-1723), che ne ricevette l’incarico nel 1715. Ispirandosi alle realizzazioni borrominiane, Guglielmelli seppe applicare la lezione del barocco romano alla nuova chiesa, come mostrano, sia, l’articolazione delle strutture portanti con la cupola, sia, l’uso sapiente delle colonne, non solo destinate a funzione decorativa. La scelta della pianta centrale, poi, già utilizzata da Guglielmelli per la chiesa del Rosario alle Pigne, in Piazza Cavour, sembra ispirata all’impianto ottagonale della Cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo di Napoli, opera dell’architetto teatino Francesco Grimaldi (1543-1613), già riletta, da Girolamo Rainaldi (1570-1655) per la chiesa romana di S. Agnese in Agone su committenza di Giovanni Battista Pamphilj, il futuro Innocenzo X. Guglielmelli procedette rapidamente alla realizzazione della nuova chiesa, tanto che l’anno seguente, era già impostata la struttura della cupola, che sormontava un vasto impianto a croce greca. Al centro dell’aula quattro coppie di colonne composite inquadravano le facce oblique dei piloni, generando così, uno spazio ottagonale, poi esaltato dai giochi di stucchi e dagli ornati di pilastri e colonne. L’antica chiesetta del Ritiro si inseriva nel nuovo edificio come sacrestia, aperta alla sinistra dell’ingresso, con l’altare dedicato alla visita di Maria a Santa Elisabetta e l’aggiunta al soffitto di una tempera su tela del Trionfo della Fede, oggi in attesa di restauro. Nel 1725 – 26 cominciò ad operare, nel cantiere di S. Maria delle Grazie a Mondragone, Giovanni Battista Nauclerio. Fu lui, infatti, a progettare la facciata della Chiesa, raccordata da una parte al prospetto del Ritiro e, dall’altra, ad un edificio, sempre di proprietà del Ritiro, confinante con la casa della famiglia Francucci. Si dedicò, poi, a completare il programma decorativo dell’interno con stucchi e festoni e a disegnare l’altare maggiore e quelli laterali; tutto fu poi realizzato dal noto stuccatore Giuseppe Scarola. L’altare di destra fu dedicato allo sposalizio della Vergine, quello di sinistra alla crocifissione. Le argenterie per gli altari, candelabri e frasche, furono compiute da Felice Cioffi nel 1735 e 1738. Anche il bel pavimento in cotto e ceramica invetriata fu disegnato da Nauclerio che vi collocò al centro una luminosa e d ampia stella, da cui prendeva vita un complesso intrecci di rami, fiori e festoni. La posa in opera fu di Giuseppe Barberio, che a sue spese offrì le “riggiole” per l’abside. Nel 1731 Giuseppe Ricciardella decorò con artistiche gelosie lignee i coretti della controfacciata e dei pilastri iniziali, che si affiancavano al coro, già compiuto, nel 1726, dall’indoratore Domenico Viola. Una dozzina di anni dopo, nel 1743, la priora del Ritiro Anna Sanfelice decise di destinare perle e gioielli, per un valore di circa 200 ducati, al miglioramento dell’originario altare in stucco, sostituendolo con uno nuovo, in marmo, disegnato da Ferdinando Sanfelice e realizzato dal marmoraro Domenico Astarita, insieme alla cornice marmorea della cona e alle decorazioni in legno indorato per la pala. All’epoca, dunque, avrebbe trovato definitiva sistemazione il dipinto della Madonna delle Grazie che, secondo Bernardo de Dominici, Giuseppe Marullo (1610-1685) aveva realizzato tra le sue ultime opere per il Ritiro insieme a due altre tele: una Santa Rosa e una Visione di Santa Candida. La porticina del tabernacolo e la balaustra del presbiterio, in cui è già evidente un’impronta neoclassica, furono realizzate intorno al 1790 da Gennaro Sammartino. Il portale di accesso alla chiesa, che è rivolto a mezzogiorno, oggi si apre sulla piazzetta Mondragone attraverso sette comodi scalini in piperno. In origine, invece, dava su uno stretto vicolo che prendeva nome dai Brancaccio, che nei pressi, avevano la residenza di famiglia. Fu forse questa particolare collocazione dell’edificio a rendere inutile una maggiore monumentalità della facciata, garantita, non tanto dal portale in pietra, disegnata dal Nauclerio e messo in opera dal maestro dei piperni, Angiolillo Cibelli, quanto piuttosto dalla sistemazione dello spazio angolare antistante a mo’ di anticipazione dell’organizzazione spaziale dell’interno. Nella piccola esedra, che si apriva sugli orti dell’antico palazzo dei Carafa di Stigliano, passato poi nella proprietà del Principe di Cellammare, si stagliava il prospetto della nuova chiesa, organizzato in due registri inquadrati da paraste. Sul timpano triangolare che sormonta il portale, ancor oggi, si ammira un grazioso ovale con il bassorilievo della Madonna delle Grazie, la Vergine Maria che allatta il bambino Gesù, affiancato da due angioletti; al di sopra vi è una grande finestra rettangolare. Da una trentina di anni, l’armoniosa organizzazione dello spazio antistante la chiesa, è rotta dal vuoto procurato dall’abbattimento dell’edificio sul fronte orientale, che, già passato al demanio comunale, fu demolito a seguito dei danni ricevuti dal sisma del 1980.